Lorenzo Rosasco

Professore ordinario presso l’Università di Genova. È inoltre visiting professor presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e collaboratore esterno presso l'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Coordina il centro di Machine Learning Genova (MaLGa) e guida il Laboratory for Computational and Statistical Learning, incentrato su teoria, algoritmi e applicazioni dell'apprendimento automatico.

iconmonstr-quote-5-240 Ora mi trovo di fronte a una sfida: aiutare le persone che lavorano con me a trovare opportunità stabili in Italia. Quello che vorrei fare è lavorare per far crescere le persone, ma non tanto per farle restare con me. iconmonstr-quote-7-240

Incontrare Lorenzo Rosasco è incontrare Genova tutta. È incontrare la sua famiglia, dai nonni al futuro immaginato per la figlia Agata. È incontrare le avventure di un giovane ricercatore all’estero e percorrere le alterne fortune del mestiere. È entrare in un film di Wes Anderson, con meno indulgenza estetica e più sostanza. Le note di un disco dei Mogwai escono da una finestra al primo piano di uno dei palazzi storici che fronteggiano l’ascensore di Castelletto e, al di là del suo parallelepipedo liberty, si disperdono sopra i tetti della città e verso il mare. La mattina è limpida, Lorenzo e le sue donne si aggirano tra le stanze luminose della casa a piedi scalzi, aggirando gli scatoloni di una vita che ancora si porta dietro un sano nomadismo. Agnese, sua moglie, frigge zucchine di proporzioni imponenti e non ostenta le sue ricerche che, dagli studi in fisica all’Università di Genova, passando per Harvard e Nizza, l’hanno portata ora di nuovo a Genova, tra ipotesi evolutive e strani affari in pescheria. «Al momento sto studiando la gallinella di mare, per capire se le sue “gambette” possano essere una transizione tra le pinne dei pesci e i nostri arti, perché sono in grado di “sentire” sia i segnali meccanici – come le nostre dita – sia altri tipi di stimoli, come se fossero nasi e lingue insieme. Ci chiediamo quindi se siano una novità evolutiva o se siano invece un’eredità di qualche antenato. Anche se l’ultima che ho trovato in pescheria e mandato in laboratorio non aveva le papille gustative, forse perché era un po’ giovane».

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Un nuovo mondo

È Lorenzo che preferisce parlare di sua moglie – e far parlare prima sua moglie – piuttosto che raccontarsi. «Con un lavoro simile, Agnese e io possiamo capire i problemi reciproci. Ma siamo anche in ambiti diversi, quindi abbastanza lontani da non entrare in conflitto. Anche negli Stati Uniti eravamo insieme, io a Boston all’MIT e lei a Harvard. La vita era molto stimolante, ma anche molto intensa. Nel 2013 siamo tornati, sia perché si sono aperte delle posizioni a tempo indeterminato, sia per gli innegabili benefit dal punto di vista della qualità della vita».  

Lorenzo è tornato e ha dato vita a un progetto importante, nel quale insieme a un team di colleghi guida un gruppo di 40 persone. «L’abitudine degli Zoom meeting ha contingentato tutto. Per me è terribile. Durante il primo lockdown – che è stato mostruoso – ero stanchissimo di viaggiare e molto contento di stare con mia figlia. Era alienante, ma c’era anche la percezione dell’emergenza. In più, noi abbiamo avuto la fortuna di poterci godere il terrazzo comune del palazzo. Alla lunga, viaggiare mi è mancato. Mediamente io facevo un viaggio al mese e non mi ero mai reso conto di quanto fosse divertente. Anche perché ti concedi del tempo da solo: mentre sei in viaggio e pensi, lavori. In un certo senso si è tornati indietro, a dover scoprire le cose su internet. E insegnare online è una noia mortale».

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Fare cose un po' più pratiche

Nel suo team, che si occupa di ricerca tra matematica e informatica, ci sono professori, assegnisti e post-doc. «La parte che preferisco è la matematica applicata. Poi ancora sono un fisico “dentro”, quindi la vedo ancora un po’ nell’ottica delle scienze naturali: capire a cosa serve la teoria di qualcosa. Non restano teorie matematiche astratte: quello che fai dipende dai dati che hai. Due terzi delle persone che lavorano con me, invece, fanno cose più algoritmiche, teoriche». Una familiarità con la matematica che Lorenzo ha riscoperto in questi ultimi mesi, anche nell’ottica di indirizzarla verso obiettivi più tangibili. «Ho scelto di studiare fisica e non matematica sia per la necessità di trovare lavoro, sia perché cercavo qualcosa che avesse un senso, che avesse un fine un po’ più impellente rispetto alla curiosità di capire le cose. Quindi, invece che scegliere filosofia ho scelto fisica e invece che scegliere fisica teorica ho preferito l’intelligenza artificiale. La fisica teorica mi sembrava troppo astratta. Quindi ho scelto di fare cose un po’ più pratiche. Non pratiche in generale, “più” pratiche».

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Troppo tardi nel mondo del lavoro

Nei settori tecnici Lorenzo non vede crisi occupazionale, dall’informatica di servizio alle risorse umane fino alla comunicazione, ma collocarsi lavorativamente, per noi del “vecchio mondo”, rimane ancora molto laborioso. «A 25 anni, quando hai finito di studiare, in realtà non hai finito per niente. Negli Stati Uniti, invece, i ragazzi vanno via di casa a diciotto anni e da lì parte il timer: dopo quattro anni devono guadagnare uno stipendio.  Da noi c’è un ritardo pazzesco. Il bello e il brutto dell’Europa è che è tutta molto diversa, ma anche molto insulare. Certe novità ci mettono tempo ad arrivare. Negli Stati Uniti non sono tutti più furbi: semplicemente, il mercato del lavoro è talmente vasto e veloce, per cui se vuoi fare filosofia della scienza in laboratorio trovi le tue occasioni. Forse anche in Danimarca, ma in Italia è molto più difficile». 

Come responsabile del nuovo progetto “Efficient algorithms for sustainable machine learning” – per cui ha ottenuto un prestigioso Erc Grant – ha messo insieme un team di ricercatori da tutta Europa, anche se non mancano le criticità. «Ora mi trovo di fronte a una sfida: aiutare le persone che lavorano con me a trovare opportunità stabili in Italia. Quello che vorrei fare è lavorare per far crescere le persone, ma non tanto per farle restare con me; se come ricercatore il tuo orizzonte è l’Europa o gli Stati Uniti, il problema occupazionale non esiste. Chi ha lavorato con me è finito subito a Parigi, Londra, Berlino. Il problema si presenta se hai il desiderio di voler restare qui (a Genova). L’Italia, anche rispetto ad altre nazioni europee, per esempio la Francia, è un po’ particolare: i soldi per la ricerca praticamente non esistono. La mia impressione è che, negli ultimi cinque o dieci anni, i posti abbiano iniziato a comparire, mentre quando io sono tornato i posti non c’erano. È un sistema che è stato bloccato per vent’anni. Come direbbe mia mamma: speriamo».

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